Il mio amico Giac
Una di queste volte pubblicherò una foto del mio amico Giac, sono un bravo fotografo e dovrei farlo di mestiere.
Certo mi piacerebbe di più fare il ginecologo, il venditore di biancheria intima femminile o il direttore di un carcere femminile, ma anche il fotografo andrebbe bene.
Ieri abbiamo preso buca da due ragazze, le avevamo invitate ad un ristorante ma alle 20 non erano ancora arrivate così abbiamo deciso di andare a mangiare lo stesso noi due soli.
Giac voleva aspettarle ancora un po, ma considerando che l’appuntamento era per mezzogiorno gli ho detto che era meglio di no, anche perché ormai avevo i crampi alle gambe.
Io in verità avevo avuto sentore che non sarebbero venute quando ci hanno detto “con voi due non usciremo MAI!” ma si sa, con le donne non sono mai chiare, è difficile capirle.
E’ un ristorante molto elegante, posate d'argento, camerieri in giacca e prezzi da mal di testa.Ci porta i menu, a me dà quello senza prezzi, evidentemente ho il viso più femminile del mio amico.
Ordiniamo il vino, uno a caso ma al cameriere diciamo che abbiamo scelto proprio quel vino perchè ci piace il suo delicato retrogusto ambrato. Era una frase che ci eravamo preparati per fare bella figura con le donne.
Il cameriere arriva con la bottiglia, la stappa e ci chiede chi di noi due lo vuole assaggiare. Giac gli risponde stupito: “tutti e due, mezzo litro a testa.”
Allora il cameriere decide di assaggiarlo lui, se ne versa un po nel bicchiere, e con fare esperto lo annusa, lo assapora e lo beve, poi con un gesto ci fa capire che è una buona bottiglia. Giac è un po seccato e gli dice: “guarda che se ne volevi un po potevi almeno chiedercelo”.
Nel menù c'è tutta della roba strana, ordiniamo fegatini in crema catalana, Giac trova che non sappiano di niente e allora gli chiede se ci portano una bottiglietta di ketchup per insaporirli un po. Gli rispondono che non ce l’hanno.
"Non hanno il ketchup... ma in che cavolo di posto siamo capitati" dice, "dovremmo scegliere meglio i ristoranti".
Ci sono due tipi di pane e gli chiediamo che differenza c'è.
Ci dice che quel tipo di pane è senza additivi.
Se è senza gli addittivi allora costerà meno, va bene ci porti due pagnotte di quello.
Poi ordiniamo Fagottino di Entrecote di vitello al Vin Santo in finissima crosta di pane con primizie di puntarelle e composta di spinacini novelli in guazzetto per due persone facendo finta di sapere di che cavolo si tratta.
Ci chiede il grado di cottura, Giac lo guarda spaesato e poi gli risponde: “trenta gradi.” Si vede che Giac non è abituato a questi posti fini, sua mamma non gli fa mai queste domande.
Io sono molto più uomo di mondo di lui e quando il cameriere mi fa la stessa domanda rispondo “diciannove.”
Arriva sta entrecote che a quanto pare è semplicemente una bistecca con dell’insalata e del pane strano, comunque è buona.
In verità è tutto buono ma sono razioni da 20 grammi e ci mettono un’ora a portare un piatto.
A Giac questo posto proprio non piace "La trattoria della Marisa è meglio, ti portano dei piatti di maccheroni da un chilo in 5 minuti e c'è anche la TV. Siamo finiti proprio in un postazzo."
Prendiamo il menù per scegliere il dolce, ma l’unico dolce che vediamo è il “tortino di radice fresca di ginger con insalata di farro e primizie caramellate Senesi con purea di montagna e noci saltate al timo con crudità.”
A me non pare un nome da dolce, ma Giac è deciso, dal nome gli pare buono anche se gli dà fastidio che il timo sia saltato con crudità.
Lo ordiniamo, ma al posto del tortino ci portano dell’insalata.
Usciamo senza lasciare la mancia.
Infrarossi
Così l’ho preso. Ho saltato qualche pranzo per risparmiare e poi ho comprato un visore notturno ad infrarossi: 190 euro.
Per provarlo decido di andare a fare un giretto di notte nei vecchi capannoni abbandonati lungo il canale. Al bar chiappo il mio nuovo amico jack (Giac) e gli spiego cosa voglio fare; accetta entusiasta di venire con me, ma secondo me non aveva capito di cosa stavo parlando.
E’ uno tipo molto semplice, una volta gli regalai un libro. Mi disse che gli era piaciuto molto ma era un po insipido, prima di mangiarlo aveva dovuto metterci un pizzico di sale e un rametto di salvia.
Posso parlare male di lui perché non sa ancora dell’esistenza dei computer quindi non leggerà mai quello che scrivo.
Allora la sera partiamo, tutti e due pantaloni e maglietta scuri.
Non facciamo in tempo a scendere dalla macchina che si è già fatto una canna. Molti mie amici fumano, ma lui qua è un record. In pratica se la bilancia commerciale tra l’Italia e il Pakistan è in passivo è per buona parte colpa sua.
Una volta Giac vide un cartello con scritto COME VINCERE LA DROGA e lui telefonò chiedendo: “Quanta se ne può vincere?”
Cominciamo la nostra passeggiata. Vogliamo visitare un vecchio edificio in cui prima c’era una ditta di costruzioni, fallita ormai da un decennio o anche due.
Intanto Giac fuma talmente tanto che ho paura che arrivi un Canadian Air pensando ci sia un incendio.
“Non puoi stare senza canne per un’ora?” Gli chiedo.
”Ma tu parla pure, ti ascolto anche se fumo.”
E’ bello sapere di avere una platea attenta.
Ci fermiamo all’esterno dell’edificio per fare qualche foto e intanto lui tira fuori un panetto di fumo che peserà un etto.
”Mi spieghi perché ti porti dietro tutta quella roba?”
”Se lo lascio a casa e mia mamma lo trova mi ammazza.”
”Si certo, invece se la polizia te lo trova addosso è contenta”
”Preferisco la polizia a mia mamma.”
” Sono felice di sapere che se la polizia ci scopre troverà due vestiti di nero come due cretini con addosso tanto fumo da bastare per un festino dei rolling stones.”
”No adesso me lo nascondo” e se lo mette in tasca.
Ecco adesso sono tranquillo, li si che non te lo trovano. L’importante è che non ce l’hai in mano, vero?
Accendo il visore e mi godo il paesaggio verde chiaro e la tranquillità di una notte che non sembra notte. Visto attraverso gli infrarossi il verde degli alberi è molto più vivo, le foglie sono luminose, il cielo è verde pallido, ma le foto vengono malissimo.
Non c’è la rumorosa polifonia di colori del giorno ma solo diverse gradazioni di verde che però mascherano molti dei difetti e delle brutture del giorno, e proprio per questo sembra di essere in un mondo a parte, un mondo mio, senza una precisa identità.
L’assenza di luce denota il fatto che non c’è presenza umana, attraverso gli occhi del visore notturno vedo un mondo come lo vede il mio gatto, c’ è pace e calma attorno a me. Poi mi volto e vedo Giac che fuma la sua canna e capisco che lui ha più pace e calma di me, anche senza visore ad infrarossi. Potrebbe essere una lezione di vita: ci si può godere un paesaggio di notte ed essere in pace col mondo anche senza nessun bisogno di tecnologie particolari.
Ci stappiamo due birre che mi sono portato dietro, ormai deliziosamente calde e ci sediamo sul prato.
ll mio amico Giac è bruttissimo. Basso, grassottello, un po calvo, occhiali, voce stridula e naso schiacciato. Lui però insiste col dire che io sono più brutto di lui.
In compenso trova da litigare in continuazione e questo fa si che quando si esce con lui è meno pericoloso girare per un capannone abbandonato di notte che andare in discoteca. L’ultima volta ha litigato nell’ordine con il buttafuori di una discoteca che non lo voleva lasciare entrare dato che aveva fatto casino la volta prima, con un ragazzetto di 16 anni dentro la discoteca, con un gruppo di 6 ragazzetti di 16 anni sempre dentro la discoteca in cui l’età media era appunto di 16 anni, con tre ragazzi calabresi all’uscita della discoteca e con due guardie giurate in una paninoteca. Ovviamente in nessuna di queste occasioni ho capito perché stava litigando.
Mentre che mi finisco la birra Giac mi chiede di andare a fare una foto. Gli do la macchina spiegando bene il funzionamento. Ci mette più tempo lui per fare questa foto di quello che ci metterebbe la BBC per fare un documentario, poi quando finalmente torna la foto come da previsione è nera perché ha messo il visore a infrarossi alla rovescia.
”Giac, di solito sono le donne che non capiscono quello che dico, non avrai per caso degli ormoni femminili?”
Ride ma so che dopo andrà a cercare la parola “ormoni” sul dizionario.
Decidiamo che la nostra escursione finisce qua e ce ne andiamo in gelateria a farci una altra birra.
A volte ho l’impressione che la mia vita si stia avviando verso il caos.
Al ritorno faccio una foto al mio gatto.
Come mi passo il tempo
Vecchi siti industriali abbandonati, vaste aree con edifici in decadenza tra tubi e macchinari arrugginiti, finestre senza vetri… questi posti sono sempre più rari, di accesso difficile o illegale, a volte pericolosi da esplorare… perfetti per passarci una giornata!
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Oggi, calda giornata di agosto non ho niente da fare, tutti gli amici mi hanno abbandonato e allora me ne vado in giro per l’Emilia a fotografare qualche vecchio impianto industriale abbandonato.
Ne scelgo tre: il vecchio poligono di tiro lungo il fiume Reno, lo zuccherificio di Molinella e lo zuccherificio di Comacchio. Si parte la mattina presto.
IL POLIGONO AUGUSTO MIRONE
Questo sito militare segue la storia di tante caserme ormai non più necessarie. A due passi dal fiume Reno e un tempo usato per l’addestramento di vari reparti di fanteria, ora è abbandonato e serve solo come deposito rottami per l’esercito.
E’ recintato con filo spinato, impossibile scavalcare ma ci si entra cercando un punto in cui passare sotto la recinzione. Per fare queste cose bisogna avere dei vestiti vecchi e sarebbe meglio farlo in inverno, quando la vegetazione è meno rigogliosa. Si fa un po di fatica ad entrare, bisogna essere magri ma dopo… tutto mio!
Queste moderne rovine situate nelle lontane periferie delle città una volta erano centri nevralgici dell’industria e della società. Ma ora che è vietata la presenza umana ironicamente sono diventati delle specie di riserve naturali in cui tra canali e vecchie rotaie lepri, pernici e di fagiani hanno nidificato in tutta tranquillità.
Anche parecchi topi comunque qua hanno trovato l’habitat ideale.
E’ incredibile ma anche confortante vedere quanto poco tempo impieghi la natura a riprendersi un territorio se solo viene lasciata in pace per una decina di anni. Madre Terra è ancora potente.
Se un giorno rimango senza casa so dove andare.
Camera ammobiliata.
Questo era una impalcatura usata per l’addestramento.
In pratica questi luoghi sono come celle temporali. Se una strana epidemia distruggesse il genere umano, questo sarebbe l’aspetto che le nostre città avrebbero dopo qualche decennio.
Qualcuno ha dimenticato una finestra aperta.
Questo pozzo non c’entra niente con la caserma, l’ho fotografato in una casa abbandonata vicino a Budrio.
LO ZUCCHERIFICIO DI MOLINELLA
Alle 11 di mattina arrivo allo Zuccherificio di Molinella nella campagna bolognese, che viene lentamente dismesso come tanti altri zuccherifici.
Apparteneva alla Eridania, e copre un’area più vasta del paese di Molinella, per girarlo tutto occorrerebbero dei giorni. La rete di recinzione è piuttosto alta ma senza filo spinato e si trova facilmente un punto in cui scavalcare lontano da occhi indiscreti.
Questi edifici, benchè ormai al tramonto, mantengono una loro dignità anche ora che il rumore dei macchinari ha lasciato il posto al silenzio completo.
Ma se si ascolta attentamente si può sentire ciò che raccontano, guardando quei muri sembra che gli edifici parlino, ognuno con la sua personalità. Sono come una collezione di storie.
Forse una donna, più abituata al linguaggio senza parole potrebbe meglio apprezzare queste foto e una passeggiata tra quegli edifici abbandonati.
In questo impianto venivano trattate circa 2000 tonnellate di barbabietole all’anno.
I vecchi impianti industriali sono per molti versi siti archeologici. Perché se l’archeologia è la riscoperta di antichi manufatti, anche questa è una specie di archeologia, e sono convinto che già oggi di alcuni attrezzi che si trovano dentro a questi edifici fermi da una ventina di anni ormai nessuno ne ricorda più il funzionamento.
Sembra un po difficile immaginare la vita dentro a questi giganteschi dinosauri nati quando il terziario non esisteva e il ferro contava più della carta.
Tutti questi macchinari arrugginiti e abbandonati a noi profani figli di internet sembrano cose straniere e lontane, ma fanno parte della nostra storia.
Mi interessa la storia umana, cosa siamo stati e cosa abbiamo lasciato dietro.
Queste rovine, anche se recenti, sono una finestra sul passato, catturano l’immaginazione e raccontano storie a chi ha voglia di ascoltare.
In certi punti sembra ancora un impianto in attività, semplicemente sembra di girare in una mattinata di sciopero.
I lavori di smantellamento sono fermi per la solita ragione, carenza di fondi. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà per smantellare un mostro del genere ma credo che vivrà più di me.
In queste foto i soggetti sono quelli che non ci sono: le persone che lavoravano e vivevano in questi luoghi.
Un vecchio barista con cui ho parlato mi ha detto che ci lavorano ancora 4-5 persone qua dentro ma solo per riparare tubi, segnalare crolli, aiutare a caricare il ferro del lento smantellamento e tenere lontani quelli come me.
E’ triste pensare che una volta erano centinaia le famiglie che vivevano grazie a questo impianto.
Dalla foto sembra un bidoncino di vernice, ma è alto quasi tre metri.
questo si trova all’esterno dell’area recintata, e sinceramente non so come faccia ad essere ancora in piedi.
I moderni menhir.
LO ZUCCHERIFICIO DI COMACCHIO
Enorme, corroso e silenzioso lo zuccherificio di Comacchio sorge in un’area di 35 ettari ed anche questo apparteneva alla Eridania. E’ in fase di smantellamento piuttosto avanzata e dove prima c’erano impianti ora ci sono vaste aree piane.
La recinzione è molto alta e ben tenuta, ma in un punto due pali del reticolato hanno ceduto e si piegano fino quasi a terra.
A volte gli edifici diventino più interessanti con l’età, quando la decadenza rivela tutti gli strati di cui sono composti.
E anche quello che era uno squallido capannone industriale può acquistare un fascino particolare.
Lo scheletro di un edificio, un dinosauro ucciso dal cambiamento del clima… economico.
Le rovine abbandonate ora sono contenitori vuoti ma qua vissero persone, accaddero fatti, c’è chi conobbe la moglie, chi la morte, chi conobbe amici, chi trovò fortuna, e anche se ormai non c’è nessuno da tempo, la presenza di chi ci è passato si nota ancora molto se si sa ascoltare e guardare.
Questa era la centrale termoelettrica.
Avevo fotografato anche molti dettagli, le scritte, le sedie rotte e gli altri oggetti di vita lasciati all’interno degli edifici. Purtroppo le foto sono venute tutte sfuocate o scure, la mia macchina da 40 euro non mi permette molte cose, o forse dovrei diventare un fotografo migliore.
Il tempo che va dall’abbandono di una area industriale alla sua demolizione è uno spazio di tempo dimenticato che si tende a nascondere, ma ha un suo fascino.
Molti di questi edifici sono in via di demolizione ma io sono convinto che tra un centinaio di anni ce ne pentiremo, ed i pochi antichi zuccherifici, fonderie, navi abbandonate e raffinerie ancora in piedi saranno mete turistiche. Sono veri musei che fanno vedere la vita dei nostri nonni in una forma viva, raccontano la storia sociale di persone che vivevano senza la legge 626 in una cultura che è cambiata.
Una foto in bianco e nero ha sempre un certo fascino.
Questa era la vasca di lavaggio, una enorme vasca circolare di cemento del diametro di una cinquantina di metri dove con l’acqua venivano pulite le barbabietole da sassi e terriccio.
Era la prima fase della lavorazione e quando era in funzione doveva essere una cosa spettacolare.
Quel meccanismo arrugginito al centro doveva essere l’enorme valvola che faceva entrare nella vasca l’acqua.
Le foto non descrivono bene questa enorme vasca e non ci riesco neanche io, sarò stato una decina di minuti a guardarla. Ha qualcosa di particolare, sembra un’arena antica di una civiltà dimenticata, è semplicemente qualcosa di maestoso.
Ma nessuna di queste foto rende l’atmosfera che c’era dentro quei luoghi isolati e silenziosi, né io ci sono riuscito con le mie parole.
Quando cammino per questi posti, non è soltanto il fatto che sono solo in un posto così isolato e silenzioso, ma sento delle emozioni strane, per me gli oggetti e i muri che mi circondano si sono impregnati di storie, E come se in questi posti ci fossero fantasmi, ricordi di tante vite trascorse qua dentro.
In questi giganteschi impianti molti uomini hanno passato l’intera vita lavorativa anzi la vita.
Tutte queste storie con le demolizioni o i crolli andranno perdute, ed è destino di tutte le storie andare perdute per essere sostituite da altre nuove.
Io non posso salvare tutte quelle storie ma posso rendere loro omaggio con qualche foto in questo blog.
Lo zuccherificio di Comacchio era l’ultima tappa, faccio in tempo ad andare a fare un giro in spiaggia e un tuffo in mare. Ne ho anche bisogno perché mi sono sporcato parecchio, ma purtroppo niente foto di bikini, la batteria della macchina fotografica è scarica!
50 e 50
Sogno spesso e questo è uno degli ultimi sogni che ho fatto:
dopo varie peripezie che non sto a raccontare mi sono trovato in una discoteca estiva, all’aperto.
Non sono mai stato in questo posto da sveglio, c’è molta gente e musica alta.
Mi siedo ad un tavolino e guardo una ragazza bellissima che balla a qualche metro da me, ovviamente non considerandomi come del resto fanno tutte, belle o brutte in discoteca o fuori.
Gonna corta rossa a frappe (credo si dica così), sandali, maglietta bianca molto aderente, ombelico scoperto, una catenina alla caviglia destra, mora con i capelli lunghi, bel sorriso, belle gambe.
Ad un certo punto si siede al mio tavolo la Morte, con tanto di falce e cappuccio, e con una bella voce profonda mi dice:
"dai Gianni, facciamo un gioco con un dado: se viene pari puoi avere quella ragazza, se viene dispari vieni con me."
Accetto entusiasta, allora ordina la morte ordina un bicchiere di un cocktail che non ricordo quale è ma che non avevo mai sentito.
Un cameriere in giacca bianca glielo porta, e la morte ci getta il dado dentro.
Il dado va a fondo e viene un 6. Ho vinto!
La morte accetta la sconfitta anzi mi pare quasi contenta, anche se il suo sorriso non era un gran che.
Io però non sceglievo quella ragazza che ballava, ma un’altra.
Anche nella vita reale avrei accettato la sfida della morte, ma sono sicuro che con la sfiga che ho sarebbe venuto dispari.
Comunque per una donna che mi piace vale la pena un rischio del 50 e 50.
O no? Lo penso solo io?
Una storia
In un ristorante una volta un cameriere ci mise la candelina sul tavolo. In effetti era un ristorantino per coppiette con luci soffuse, ma noi ci eravamo fermati solo perché avevamo fame. Passavamo molte sere in un piccolo ristorante in collina dove c’era la più bella cameriera dell’Appennino, una quarantenne mora che non so neanche spiegare quanto era bella. Si fa in fretta a capire perché Ben non aveva mai una lira in tasca anche se prendeva 3.000.000 di lire al mese, viveva in osteria ed aveva la tendenza a pagare da bere a chiunque. Una volta andammo a sentire un nostro amico che suonava e sedute ad un tavolino c’erano 5 ragazze che conoscevamo appena. Una volta eravamo seduti ad una tavolata e io rovesciai il bicchiere di birra addosso ad una ragazza. Le andai a prendere un’altra birra ma gliela rovesciai di nuovo addosso. Ma no, non è vero che non aveva donne, una volta si portò a casa Irina, la cameriera russa, che a fine serata si metteva a ballare scalza sui tavoli (nelle osterie di montagna ci si conosce tutti e si possono fare molte cose). Solo che era ciucco duro e non ci fece niente. Lei era venuta a letto con lui credo solo perché sperava la sposasse e le facesse avere i documenti per la cittadinanza italiana, ma non sapeva che Ben non aveva i documenti manco lui, persi o scaduti e mai più rinnovati o ritrovati, comunque non credo che li avesse cercati troppo. Un’altra volta in un’osteria in collina attaccammo discorso con due rumene che gli diedero un bigliettino col numero di telefono, ma sto cretino a fine sera era brusco perso e la mattina non trovò il bigliettino anzi non si ricordava manco che Facevamo spesso notte fonda, si beveva, una volta facemmo a botte (gli dissi: sicuro non ti tirano giù o denti con un pugno!) andavamo a sentire un amico che suonava nei locali facendo a volte l’alba, sta vita non era roba adatta ad un fisico un po troppo provato come il suo. Dopo il primo infarto si ricongiunse con la famiglia trasformandosi in un vecchio signore benestante in giacca, faceva un’ora di bicicletta la mattina, mangiava regolato, niente alcool, aiutava il fratello cieco per il diabete (in pratica avevano un occhio in due) e portava a spasso i cani di sua sorella. Io lo avevo conosciuto quando era il pazzo spiantato al centro di ogni conversazione dell’osteria per tutta la notte, in maglietta anche in inverno, raccontando balle e provandoci con tutte le cameriere, incazzandosi. facendo pace, urlando e ridendo cento volte a sera, quando beveva tutto quello che avevamo in tasca e che gli offrivano e poi l’oste gli lasciava la bottiglia sul tavolo, lui voleva essere questo e non voleva che lo vedessi come era diventato.
Ciao Ben, spero che ci rincontreremo in una prossima reincarnazione.
E così Ben, uno dei miei grandi amici, è morto. Aveva 55 anni, 5 anni fa aveva avuto il primo infarto e il secondo è stato fatale.
Ho sempre avuto un amico che mi era più vicino degli altri, percorrono con me un tratto del cammino della vita e poi ha prendono un'altra strada, e lui è stato uno di questi.
Spiantato, sempre senza soldi, senza denti, senza un occhio (perso per colpa della calceviva a 6 anni) per cui girava con degli occhiali da sole che lo facevano sembrare un cieco, fu il mio amico principale per un annetto attorno al 2000.
Senza casa e senza lavoro, lo presi a lavorare con me e gli diedi una stanza nella casa che ho in collina.
Lavoravamo anche fino a tardi e poi spesso andavamo a mangiare e a divertirci. Soldi in tasca pochi sia io che lui, spesso ci dividevamo le 10000 lire bevendoci 5000 lire a testa.
Era bruttissimo (anche se lui diceva che ero più brutto io) ma aveva una facilità incredibile nel fare amicizia nelle osterie, entrava e dopo 10 minuti giuro che aveva fatto amicizia con tutti, era pazzesco.
Per lui l’unico modo di stare all’osteria eri di stare all’asse, al bancone, e diventava molto velocemente il centro dell’attenzione in ogni locale pubblico ci fermassimo a bere. Passavamo tanto tempo insieme che qualcuno cominciò a pensare che fossimo gay, anche perché donne non ne avevamo mai.
Minacciai il cameriere che tolse la candelina prontamente.
Quando gli ultimi clienti se ne erano andati aiutavamo a sparecchiare e a portare in cantina le bottiglie d’acqua poi giocavamo a briscola con lei e i vecchi del luogo e bevevamo fino a tardi il vino avanzato dai tavoli.
Raccontava della sua vita, di quando era uscito con Patty Pravo, di quando usciva con Guccini, dei suoi affari falliti a Nizza, di quando vendeva legname in Baviera, del suo ristorante a Canazei, della pompa di benzina a Campogalliano, di quando aveva una discoteca a Mantova, di quando erano partiti in barca da Venezia con un pane di oppio e se lo erano fumato tutto prima di arrivare a Malta.
Forse erano balle ma le raccontava bene e sempre nello stesso modo.
E dato che non avevo soldi neanche io ci trovavamo bene insieme.
“dai Gianni che ci sediamo con loro”
“non ci hanno invitato e non mi va”
“ Gianni se aspetti gli inviti delle donne muori solo”
Il ragionamento non faceva una grinza e ci sedemmo con loro. Ci divertimmo molto, Ben era uno che teneva la conversazione sparando boiate in continuazione.
Poi alla fine Ben gli dice “andate pure che paghiamo noi il conto”. Ma porca vacca, 140.000 lire.
“Ben, lo so che sono discorsi di merda ma con 20.000 lire a testa ce ne andavamo dalle serbe.”
“Gianni, possiamo andarci lo stesso”
“E come le paghiamo, in natura?”
“Gianni, i soldi che si spendono con le donne non si rimpiangono mai”
Altro ragionamento che non faceva una grinza. Comunque anche se avevamo pochi soldi nessuna donna seduta al nostro tavolo ha mai tirato fuori il portafoglio.
Allora Ben propose di ordinarle un caffèlatte, così che non potessi rovesciare facilmente una tazza così bassa.
Mi ricordo quella volta che si ruppe l’auto, non entrava la marcia e stava nevicando.
Eravamo in montagna e con la neve non passavano macchine così dovemmo raggiungere il paese più vicino a piedi sotto la neve.
Era bellissimo, la luce della luna si rifletteva sul bianco della neve e creava un paesaggio fantastico.
Mentre che camminavamo parlavamo di donne e mi disse una frase bellissima:
“non esiste una donna che non possa essere sedotta.”
Per la verità io ne ho incontrate parecchie, e lui stesso questa teoria non riuscì a dimostrarla, dato che donne niente. Sia io che lui, ma era una bella frase comunque.
Irina comunque riuscì a sposarsi, con un vecchio contadino ottantenne anche parecchio ricco.
glielo avevano dato.
A Natale mi chiese in prestito 20000 lire. Io glieli diedi e con quei soldi mi comprò il regalo di Natale, come fanno i bambini con i genitori.
Poi cercammo una chiesa in cui vedere la messa, non la trovammo ma trovammo un bar. C’eravamo solo noi due e l’oste, ovviamente dopo 10 minuti era già suo amico. La moglie se ne era andata un mese prima non sapeva dove perché lui la tradiva con una cameriera polacca. Ad una certa ora tirò fuori una bottiglia di whisky e cominciammo a berla mischiandola con cocacola e la finimmo quando ormai spuntava il sole, così decidemmo di andare ad una messa della mattina dato che c’eravamo.
Poi partimmo per il Cimone e a mezzogiorno ci mettemmo a dormire in macchina.
Aveva solo due denti, e io gli dicevo in continuazione di comprarsi una cazzo di dentiera che non è che costasse molto, giusto quanto una decina di gin tonic che a volte si faceva fuori in una notte sola.
“Gianni la dentiera ce l’ hanno i vecchi!”
“Ben, ma noi siamo vecchi”
“no guarda ho un amico che fa il dentista a Bari, mi ha detto che mi fa un impianto per solo 7.500.000 lire”
“Ben, quando mai avrai 7.500.000 lire? Per pagare l’ultimo conto abbiamo dovuto tirare fuori anche le monetine che c’erano in macchina e fortuna che abbiamo trovato quelle 500 lire sotto il sedile”
“sì che li trovo, ci vado in estate e mancano dei mesi, dai vieni anche te, Bari è bella, fa caldo, di giorno mi faccio mettere i denti, poi la sera ci divertiamo e la notte dormiamo in spiaggia.”
“Ben, io ci vengo ma mi sa che andiamo là solo per dormire.”
Un giorno ebbe un infarto. Si salvò e cercai la sua famiglia.
Scoprii che era una famiglia ricchissima, me lo aveva detto ma pensavo fosse una balla.
Appartamenti, una villa, BMW, SUV, viaggi all’estero, una ditta anche in Germania.
Aveva litigato anni fa con la madre e non aveva voluto più vederla, e anche se gli sarebbe bastato andare da lei che lo avrebbe accolto a braccia aperte, per orgoglio passò almeno 15 anni a fare una vita del cavolo senza una lira, dormendo anche in stazione e lavorando a volte 12 ore al giorno, o andando a raccogliere la frutta.
Non volle più uscire con me.
Conversazione in msn
AXXXX scrive:
ti dico una cosa
IXXX scrive:
si
AXXXX scrive:
una metafora
AXXXX scrive:
sono una farfalla notturna di quelle grigie estive
AXXXX scrive:
che si agita in una stanza.. e sbatte sbatte
AXXXX scrive:
sbatte su tutte le pareti 100 volte
AXXXX scrive:
e intorno tutta la gente a guardare
AXXXX scrive:
nessuno che mi prenda in mano e mi dica
AXXXX scrive:
calma calma bellina
IXXX scrive:
e se qualcuno si avvicina scappi
IXXX scrive:
e finisce che sbatti piu forte
IXXX scrive:
che ne dici?
AXXXX scrive:
che tanto ho la pelle DURA
IXXX scrive:
o la testa DURA
…
AXXXX scrive:
domani vado al braseria
IXXX scrive:
vai vai
AXXXX scrive:
con quel notaio
AXXXX scrive:
lui magari non lo sa che sono una farfalla
IXXX scrive:
ma non va bene farfalla
IXXX scrive:
bella ma debole
IXXX scrive:
sto pensando a cosa paragonarti
AXXXX scrive:
donna
AXXXX scrive:
te l'ho detto
IXXX scrive:
oppure
IXXX scrive:
diciamo che l'unico paragone che regge
IXXX scrive:
è con una nuvola
AXXXX scrive:
però
AXXXX scrive:
inafferrabile
IXXX scrive:
ecco
AXXXX scrive:
in un mondo a sè sempre libera
IXXX scrive:
non sta ferma mai
AXXXX scrive:
bellino
IXXX scrive:
magari si incaazza
IXXX scrive:
e poi fa piovere
AXXXX scrive:
magari si
AXXXX scrive:
sopra casa di un coglione
AXXXX scrive:
con un uragano ti sfascerei il tetto
…
AXXXX scrive:
pensa solo a questo
AXXXX scrive:
poi la smettiamo con le cose tristi
IXXX scrive:
si?
AXXXX scrive:
una nuvola come fa a non sentirsi sola
AXXXX scrive:
come fa se si vuole fermare
AXXXX scrive:
tutti si aspettano che sia bella ma solo per un po' poi passi via
IXXX scrive:
le nuvole sono inafferrabili ma non è detto
IXXX scrive:
un giorno saprò volare
IXXX scrive:
e ti verrò a prendere
Archivio immagini

Qua eravamo nella sua villa in Texas.


Con Silvio a vedere il Milan.





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